Essere volontari

Il volontariato è una delle componenti del Sistema della protezione civile, è la sua anima portante, senza il volontariato non esisterebbe la protezione civile così come la intendiamo in Italia; e questo lo riconosce il mondo intero. Se ci hanno voluto e ci vogliono in varie parti del mondo, per portare soccorso alle popolazioni colpite dagli eventi calamitosi è perché noi non siamo abituati, come spesso si vede alla televisione, a gettare gli aiuti dagli elicotteri e poi stare a guardare gli altri che si ammazzano per prenderli; noi li consegniamo nelle mani di chi ha bisogno, noi esprimiamo prima di tutto con il nostro tempo poi con le azioni, con le nostre capacità, con il calore umano di cui noi italiani siamo capaci qual è il vero significato dell’essere volontari. Questo non vuol dire che siamo santi in anticipo. È facile trovare una mela marcia, o anche solo bacata, nelle cassette che ci vendono al mercato ma non per questo buttiamo via tutte le mele; tra i volontari succede la stessa cosa perché, come altre in altre realtà, anche il volontariato è figlio della società in cui si sviluppa. Potremmo dire che ognuno sceglie come rappresentare la sua idea di essere volontario. E se ne assume la responsabilità: verso Se stesso.
L’anonimo scrivente per raccontare chi sono i volontari sceglie di iniziare con un episodio che lo riguarda personalmente; un giorno uno psichiatra, attratto forse dal suo modo di essere un po’ fuori dal comune, uno che si diverte ad indossare varie maschere, chi lo conosce sa cosa vuol dire, mentre qualcun’altro potrebbe pensare che è solo matto, questo psichiatra gli disse che il volontario è un “inconscio che va verso altri inconsci e si rende operativo”. Lui che psichiatra non è, non ha ben compreso il significato di quelle parole, però ritiene che ognuno di noi, quindi non solo i volontari, riesca a conoscere sempre più se stesso attraverso il rapporto con gli altri.
Si può dire che il volontario è una persona che, forse si per alcuni questo può essere un atteggiamento inconscio, attraverso le paure degli altri può imparare a conoscere le proprie.
Chi non ha visto in profondità negli occhi di un terremotato o di un profugo non riesce nemmeno ad immaginare che cosa siano la paura e l’angoscia e forse anche quando si è a contatto con la paura e l’angoscia di chi si va ad aiutare, ci si rende conto che si può soltanto intuire cosa c’è nell’animo di quelle persone.
La domanda che chi non è volontario può rivolgere a noi potrebbe essere: “cos’è che vi spinge a fare i volontari, cosa vi spinge a correre quando c’è un’emergenza?”.
Potremmo raccontarvi mille esperienze e tirar fuori mille emozioni commuovendoci nel ricordo e forse far commuovere chi ha la pazienza di leggere queste righe, ma questo non è il nostro intento.
Vi raccontiamo solo una cosa: il momento più delicato di una missione è quando il volontario lascia il campo e torna a casa. Si da l’arrivederci agli altri volontari che magari abbiamo incontrato in altre mille esperienze e salutiamo la gente che siamo andati a soccorrere. Quello è un momento particolare perché non si sa mai cosa dire; si, c’è chi fa la battuta, chi racconta la barzelletta o dice cose senza senso, ma se si vuole far sentire la nostra vicinanza a quelle persone ci si rende conto che non esistono parole. Spesso c’è solo una stretta di mano od un abbraccio: in silenzio. Melville ha scritto: “Tutte le cose profonde e le emozioni delle cose profonde sono precedute e accompagnate dal silenzio”. Ecco, questo è salutare qualcuno con il cuore, qualcuno che sai che probabilmente non rivedrai più ma che oramai hai riconosciuto essere parte di te.

Però la domanda continua ad essere “cosa vi spinge a fare i volontari?”.

Non è facile rispondere. Potremmo dire: “lo facciamo per aiutare gli altri”. Ma sarebbe troppo semplice. Si questa componente altruistica indubbiamente c’è, però è forte la voglia di mettersi in gioco, di confrontarsi con gli altri per poi scoprire, come già scritto più sopra, che negli occhi di un altro vedi solo te stesso.
Noi con la “scusa”, mettendo la parola scusa tra virgolette, con la scusa di aiutare gli altri, aiutiamo noi stessi a crescere.
Volontari lo si è prima di tutto nello spirito, prima di sapere che esiste una legge che tardivamente ha riconosciuto il valore del Volontariato e per alcuni di noi prima ancora che “diventasse di moda” fare del volontariato perché dall’alluvione di Firenze del 1964 fino ad oggi c’è chi in un modo o nell’altro è sempre stato presente alle varie emergenze che hanno interessato il nostro Paese.
Il volontario non è un eroe; è semplicemente una persona che offre il proprio contributo umano e professionale alla crescita della società. Questo contributo lo dà attraverso una Associazione come la nostra, per esempio, che ha una storia ormai trentennale offrendo qualche ora del suo tempo e diventando protagonista positivo della società.